Platone, il mito della caverna ed il fuggitivo digitale


Quando ascoltiamo i benefici derivanti dal digitale, in molti stiamo ad ascoltare con un sentimento misto tra indifferenza e sbigottimento. Come i compagni incatenati nell’antro ascoltano il racconto di chi ha visto la luce dopo essersi liberato dalle catene. Il rischio? Non credere chi ha visto la luce…

Gli appassionati di filosofia e di storia del pensiero antico ricorderanno che il “mito della caverna” rappresenta una delle più conosciute metafore di Platone, illustrata nel capitolo VII del dialogo della Repubblica, che più di altri esprime il pensiero politico del grande filosofo greco.

Platone ipotizza un gruppo di prigionieri incatenati, fin dall’infanzia, nelle profondità di una caverna. La caverna è completamente oscura, ad eccezione di un lieve filo di luce che proviene dall’esterno da cui i prigionieri riescono a ricavare una lontana percezione del mondo esterno. Platone ipotizza quindi che uno di questi prigionieri riesca, per qualche misteriosa sorte del destino, a liberarsi, ad uscire dalla caverna ed ad affacciarsi sul mondo esterno. La prima sensazione che proverebbe sarebbe certamente un dolore fisico, legato al fatto che i suoi occhi sono abituati alla oscurità e non riescono a gestire la quantità di luce proveniente dall’esterno. Quindi, al dolore fisico prenderebbe il sopravvento un dolore interiore, psichico, legato al fatto di scorgere un mondo “esterno” completamente diverso da quello che si era immaginato fino a quel momento. E’ il dolore – dice Platone – legato al contatto con la conoscenza. Abituatosi però a quella situazione, il fuggitivo verrebbe quindi pervaso da una sensazione di gioia e serenità, legata alla conoscenza della verità, al punto che – molto probabilmente – deciderebbe di ritornare tra le profondità della caverna per raccontare ciò che ha visto ed eventualmente liberare i suoi amici rimasti prigionieri. Peccato che, una volta raccontato ciò che ha visto, difficilmente sarebbe creduto dai suoi compagni. Anzi – conclude Platone – molto probabilmente sarebbe ucciso in quanto condannato per blasfemia (ed in questo Platone rievoca la fine del suo grande maestro, Socrate, costretto a suicidarsi bevendo la cicuta).

Bene, quando noi ascoltiamo i grandiosi benefici derivanti dalle potenzialità del digitale, in un mondo fatto di pagamenti elettronici verso la PA, fatturazione elettronica e conservazione sostitutiva, e-procurement, interoperabilità delle banche dati e potenziamento della infrastruttura tecnologica, ho l’impressione che in molti stiamo ad ascoltare con un sentimento misto tra l’indifferenza e lo sbigottimento. Allo stesso modo con cui – per tornare alla metafora di Platone – i compagni incatenati nella caverna ascoltano il racconto del fuggitivo liberatosi dalle catene.

I sostenitori del digitale paiono come dei misteriosi fuggitivi che, abbandonate le oscurità del mondo analogico e approcciata la luce della realtà digitale, hanno visto un mondo migliore, fatto di efficienza, produttività, crescita, migliori servizi per i cittadini e la comunità. Ce lo raccontano perché hanno compreso le potenzialità di quel mondo e noi – o buona parte di noi – stiamo ad ascoltare in modo passivo, o perché non capiamo o perché reputiamo che quel mondo così radioso di fatto non esiste o è così difficile da realizzare che abbandoniamo a priori ogni tentativo di raggiungerlo.

Questo è vero soprattutto per i decisori finali, quelli che più di altri dovrebbero contribuire all’abbandono progressivo del mondo analogico e alla realizzazione del mondo digitale.

Sorge dunque una domanda spontanea. Che cosa ne facciamo di questi fuggitivi digitali, che con grande sforzo e determinazione sono riusciti a scappare, hanno visto e, non paghi, hanno deciso di tentare di affrancarci? Li ascoltiamo e, insieme al loro aiuto, cerchiamo di liberarci dalle catene e uscire dall’oscurità della caverna analogica, sapendo che questo tentativo sarà faticoso e doloroso, ma alla fine ne saremo appagati, oppure, al contrario, li massacriamo dissacrando per sempre la loro testimonianza?

(articolo di M.Giletta)

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